Giancarlo e Katia Sposi

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mercoledì 15 novembre 2017

martedì 14 novembre 2017

Chiesa di Santa Cristina La Vetere (Palermo)

La chiesa di Santa Cristina, fu fondata da Gualtiero Offamilio nel 1174, di stile normanno situata in fondo alla Strada dei Pellegrini, antico tratto della via francigena. Dedicata alla patrona di Palermo prima del culto barocco di S. Rosalia, sorge nei pressi della via Bonello alle spalle della Cattedrale, dove una nave risalendo il fiume Papireto nel 1160 trasportò le reliquie della Santa, proveniente da Bolsena. La chiesa è una testimonianza della cultura dei pelligrinaggi a Palermo, ospitati presso le costruzioni adiacenti della Confraternita dei Rossi nell'Oratorio dei Pellegrini. La piccola chiesa fa raccogliere il pellegrino in un religioso silenzio che fa dimenticare il caotico trambusto della città. A croce greca con quattro robusti pilastri che sostengono la copertura a crociera, nel 1586 furono ricavate due nicchie dove restano tracce ben visibili di affreschi con le figure di S.Pietro e S. Paolo, prossime ad un restauro che l'Associazione Culturale Itinerari del Mediterraneo (ITIMED) ha in programma di valorizzare, tutelare e promuovere gli itinerari culturali al fine di preservare la memoria delle comunità del Mediterraneo.










Notizie tratte dal web dell'Associazione (ITIMED)

lunedì 13 novembre 2017

venerdì 10 novembre 2017

Museo delle Marionette

Il Museo Internazionale Antonio Pasqualino di Palermo, è stato fondato nel 1975 dall'Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari. Un fiore all'occhiello della nostra città, dichiarato dall'UNESCO Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell'umanità. La storia del Museo, che si trova alla Kalsa nell'ex hotel de France, è legata al suo fondatore, Antonio Pasqualino, medico chirurgo e insigne antropologo, che dopo la sua scomparsa nel 1995, il museo ne prende il nome. Esso si sviluppa su tre livelli, dove vi sono numerosi spazi espositivi, esiste una biblioteca con circa settemila volumi su pupi e marionette, e sulle tradizioni popolari, manoscritti dell'ottocento, un archivio fotografico, una videoteca, una nastroteca con la registrazione di spettacoli di diversi paesi e un piccolo teatro per le rappresentazioni.

 Il Museo conserva tra pupi, marionette, burattini, ombre e attrezzature sceniche, circa quattromila elementi. La collezione principale di pupi tipo palermitana, catanese, napoletana è la più vasta e completa, ma non mancano marionette create da artisti contemporanei come Guttuso, Baj, Kantor e Signorelli, vi sono ombre greche e turche, marionette Africane, del Vietnam, della Birmania del Giappone, della Cina, della Thailandia, della Cambogia. Nell'ambito del museo si svolge il festival di Morgana, giunta alla sua 42° edizione, che fa rivivere attraverso spettacoli,  la cultura del teatro di figura internazionale, tradizionale da tutti i Paesi Europei e varie parti del Mondo.





Il Museo delle marionette si rivolge anche ai giovani nel salvaguardare una forma di teatro della nostra storia culturale e tradizionale, attraverso rappresentazioni teatrali e per inserire l'opera dei pupi nel quadro internazionale del teatro di animazione tra tutte le culture umane. Per questo si organizzano visite guidate per scolaresche con supporti video e si organizzano corsi teorici e pratici sulle tecniche di animazione.






Nel dicembre 2015, l'Associazione è stata iscritta all'Anagrafe Nazionale delle Ricerche, del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Nel 2017 il Museo è stato proclamato vincitore del Premio Icom-Italia come museo dell'anno, un prestigioso premio che ricompensa i sacrifici di tutte le persone che lavorano in sede, a cominciare dal Presidente Rosario Perricone e tutti i suoi collaboratori, con la seguente motivazione "Il museo sa valorizzare allo stesso modo il patrimonio materiale e quello immateriale. In una città fortemente turistica e ricca di storia il museo sa attrarre numerosi tipi di pubblico con una collezione originale e programmi di qualità. Gli importanti riconoscimenti UNESCO, le collaborazioni internazionali e la viva partecipazione della comunità palermitana hanno da anni segnalato questo museo come uno dei più amati e meravigliosi musei italiani. Un pubblico vasto e appassionato è legato agli spettacoli organizzati frequentemente dal museo e ai laboratori per ragazzi. Accessibile a tutti i visitatori, impressiona per la indimenticabile bellezza delle esposizioni". http://www.museodellemarionette.it/index.php?lang=it












martedì 7 novembre 2017

Compiblog

Oggi il mio blog compie nove anni, è ancora piccolo ma molto importante per me. E anche se ultimamente è poco visitato, se non dai soliti affezionati, resta sempre il mio spazio dove poter esprimere tutto quello che io sento di fare. Tante volte aprendolo per pubblicare qualcosa, resto fermo pensieroso a guardare lo schermo piatto in attesa della scintilla, comincio a sfogliare gli archivi fotografici, preparo le foto a risoluzione giusta per lui, guardo i post dei miei follower, commento, ma poi desisto, poi lo faccio, poi vedo, e mi accorgo che le pubblicazioni dei post diminuiscono. Una riflessione è doverosa farla: sarà che ormai c'è troppa carne sul fuoco, sarà che gli interessi cominciano a scremare, sarà che c'è troppo rilassamento in me, sarà l'età? Boh vediamo, io intanto cerco di continuare, e grazie ai miei amici vicini che mi sostengono, con le continue visite, vedrò cosa posso fare. Intanto ringrazio tutti del vostro affetto, e mi unisco in un immenso abbraccio, un bacione per tutti " il vostro caro Angelo ".

Foto di Vincenzo Montalbano


mercoledì 1 novembre 2017

La Pasta Reale (Martorana)

                                                                                                       Risultati immagini per foto frutti di martorana                                               

LA MARTURANA                                                        LA MARTORANA               

Pressu 'na chiesa palermitana                                         Presso una chiesa palermitana
c'era un cummentu Binirittinu                                 c’era un convento Benedettino
chi si chiamava "la Marturana"                               che si chiamava “la Martorana”
e pussirìa un granni jardinu,                                    e possedeva un grande giardino
tantu curatu e tantu graziusu                                   tanto curato e tanto grazioso
chi quannu 'ntisi stu granni parrari,                         che quando ha sentito questo gran parlare
puru lu viscuvu fu curiusu                                       anche il vescovo fu curioso
e si partìu pi ghillu a taliari.                                     e si partì per andarlo a guardare.
Li munacheddi troppu cuntenti                               Le monachine troppo contente
vulianu fari 'na bona fiúra.                                      Volevano fare un buona figura.
Sintìti soccu ci rissi la menti                                   Sentite che cosa suggerisce loro la  mente
 p’armallu tuttu di frutta matura.                             addobbarlo tutto di frutta matura.
Cu tantu amuri misiru 'nsemmula                           Con tanto amore misero insieme
chiddu ch'avìanu a disposizioni:                             quello che avevano a disposizione:
zuccaru, acqua e farina di mennula                         zucchero, acqua e farina di mandorla
e li 'mpastaru cu gran devozioni.                             e li impastarono con gran devozione.
Forma ci rettiru di aranciteddi,                                Sagomando forme di piccole arance,
pira, lumiuna e atra frutta matura.                           pere, limoni e altra frutta matura.
Bisogna viriri ch'eranu beddi                                   Bisogna vedere come erano belli
tutti tinciuti di milli culura.                                      tutti dipinti di mille colori.
Quannu li misiru na lu jardinu                                 Quando li misero dentro al giardino
tutti appizzati 'ntall'arvulicchi                                  tutti attaccati sugli alberelli
addivintàu un postu divinu                                      diventò un posto divino
tuttu adornatu di cosi biddicchi.                              tutto adornato di cose belline.
Fora li mura di lu cummentu                                   Fuori le mura del convento
'ntempu ri nenti si spargìu la vuci.                           rapidamente si sparse la voce.
Li munacheddi 'un avìanu chiù abbentu.                 Le monachelle non avevan più tempo.
Tutti vulianu ddi cusuzzi duci.                                Tutti volevano questi piccoli dolci.
Quannu lu re la vosi sazzari                                    Quando il re l’ha voluta gustare
sta frutta bedda e senza rivali,                                 questa frutta bella e senza rivali,
di manciarisilla 'un putìa lintari,                              di mangiarsela non poteva cessare
e fu chiamata pasta reali.                                          e fu chiamata pasta reale.
Na li panàri vinìa 'mpustata                                      Nei panieri veniva addobbata
pi regalalla a li chiù nicareddi                                  per regalarla ai più piccoli
e sicci ricìa chi era mannata                                     dicendo loro che era inviata
direttamenti di li murticeddi.                                   direttamente dai morti.
Era lu tempu di li Normanni                                    Era il tempo dei Normanni
quannu nascìu sta tradizioni.                                   quando nacque questa tradizione.
Hannu passatu tanti e tant'anni                                Sono passati tanti e tanti anni
e appimu atri dominazioni.                                      e abbiamo avuto altre dominazioni.
Ma di st'usanza accussì luntana                               Ma di questa usanza così lontana
'un ninni pottimu dispisari,                                      non ci possiamo separare                     
picchì la frutta di Marturana                                    perché la frutta di Martorana
a tutti nichi ni fa turnari.                                          a tutti bambini ci fa ritornare.

Claudia Agnello                                                       Claudia Agnello

             
                   
Risultati immagini per foto frutti di martorana


NO HALLOWEEN

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.

Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

(da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri) – tratto da “Qua e là per l’Italia” –
AMIAMO I NOSTRI MORTI.
Buongiorno e buone festività

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