Giancarlo e Katia Sposi

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martedì 2 febbraio 2010

Reportage Sicilia Salne di Paceco (TP)

Le Saline di Trapani e Paceco

La Riserva Regionale Saline di Trapani e Paceco si estende a Sud di Trapani, dalla periferia del capoluogo fino alla frazione di Salina Grande, a cavallo dei territori comunali di Trapani e Paceco. Istituita con decreto dell'Assessore Regionale al Territorio e Ambiente n.257 dell'11 maggio 1995, è stata affidata in gestione al WWF.
La Riserva si estende su un area di quasi mille ettari includendo nella maggior parte del suo territorio proprietà private, nelle quali piccole e grandi imprese esercitano la millenaria attività della 'coltivazione' del sale.
Le saline sono luoghi di grande fascino, creati dall'uomo a scopo industriale e commerciale ma diventati paradossalmente habitat ideale per diverse specie di animali e vegetali. Il paesaggio è affascinante e anche gli antichi edifici costruiti dall'uomo per l'industria del sale sono parti fondamentali della riserva. La visita è un viaggio tra vasche, canali, mulini, bagli antichi e camminando lungo gli argini, gli unici suoni percepiti appartengono alle onde del mare, al vento e ai richiami dei gabbiani.

Molti visitatori sostengono che in questi luoghi si possa assistere ai tramonti più belli del mondo. Quando la luce colpisce le vasche difatti, il bianco del sale e il celeste del mare si tingono di rosso, arancione e giallo creando una vera e propria tavolozza di colori. Inoltre nella zona una serie di microrganismi primitivi, gli stessi che erano presenti sulla terra miliardi di anni fa quando ebbe origine la vita, danno luogo agli spettacolari cambiamenti di colore che è possibile ammirare durante le varie stagioni.

La salina è un mondo a sé, circondato da strade, strutture industriali, e stretto dal porto di Trapani e dalle villette delle frazioni vicine, ma comunque particolare e bello. E' composta da un insieme di vasche artificiali poste vicino al mare per favorire lo scolo dell'acqua, attraverso canali e livelli. L'ambiente è ovviamente salato e ospita associazioni vegetali che si sono adattate a queste condizioni di vita estreme come le salicornie e i limonio. Le saline sono il regno delle chenopodiacee, specie erbacee o piccoli arbusti, che nella loro varietà (salicornia, arthrocnemum, halopeplis, halocnemum, suaeda, salsola, atriplex, halimione, beta) hanno colonizzato soprattutto gli argini delle vasche e i pantani salmastri. Molte di queste piante hanno foglie grasse, dove viene accumulata l'acqua e da cui vengono espulsi i sali in eccesso. Nella Riserva sono presenti numerosi ambienti a ciascuno dei quali corrispondono differenti specie vegetali: i corsi d'acqua dolce, i pantani, le zone umide di acqua dolce, le spiagge, i praticelli, le praterie salmastre. Nei canali sono presenti interessanti comunità vegetali come le fanerogame marine, le ruppia drepanensis e la posidonia oceanica. Notevole la presenza di diverse specie vegetali rare, incluse tra quelle più vulnerabili al rischio di estinzione nel 'Libro Rosso delle Piante d'Italia'. Tra le specie caratteristiche si incontra l'endemica calendula maritima che cresce solo nella zona costiera compresa tra lo Stagnone di Marsala e la zona di Pizzolungo, appena a Nord di Trapani. Una vera attrazione della Riserva è il cosiddetto 'Fungo di Malta', che in realtà non è altro che una rara pianta parassita (Cynomorium coccineum L.). In Italia, oltre alla zona fra Trapani e Marsala, è possibile osservarla solo in poche aree costiere della Sardegna e della Basilicata.

I bacini utilizzati per l'estrazione del sale ospitano una grande diversità biologica, dai microscopici batteri a una Foto di Paolo Duragrande varietà di uccelli che trovano in questo ambiente sosta e cibo durante le migrazioni autunnali e primaverili. La zona risulta essere di particolare interesse ornitologico. Le specie censite sono circa 196 e tra queste ricordiamo i limicoli, gli aironi, i gabbiani, i fenicotteri, le spatole, i falchi di palude e più di 5.000 anatre che trovano rifugio nelle vasche. Di grande valore la presenza e la nidificazione del fraticello, dell'avocetta, della cutrettola, del cavaliere d'Italia e del fratino. Numerosi anche gli insetti come la piccola farfalla Orgya dubia, che in Italia è presente soltanto qui. Più scarsi i mammiferi come la volpe, il riccio, il coniglio, la donnola e il pipistrello che attendono le ombre del crepuscolo per muoversi. Tra i rettili ci sono ramarri cervoni, i biacchi e le lucertole siciliane e campestri mentre tra gli anfibi, il discoglosso dipinto che si osserva nelle notti di pioggia e le rane verdi. Tra i pesci è presente Aphanius fasciatus e il piccolo crostaceo Artemia salina oggetto di grande interesse scientifico.

La Riserva ospita inoltre un Centro visite e il Museo del Sale che espone attrezzature tipiche dell'attività Museo del Saletradizionale di silicoltura e pannelli che illustrano il funzionamento delle saline e alcuni aspetti naturalistici. Il Museo del Sale ha origini recenti e infatti fu inaugurato nel 1986 grazie all'iniziativa della prof. Francesca Pellegrino, che in visita d'istruzione con le sue classi nella riserva, restò incantata da una vecchia casa del sale vicino alla salina di Chiusicella di proprietà della famiglia Culcasi. La professoressa propose al proprietario la creazione di un museo che riproponesse le tradizioni salinare. La vecchia casa fu ristrutturata e arredata con gli strumenti tipici del mestiere del salinaro: pale, mazze, ceste, corde, carriole. Il Museo si può visitare tutto l'anno, occorre ricordare però che il ciclo del sale inizia a marzo e si conclude a settembre. Le raccolte avvengono a giugno, agosto e settembre.

domenica 31 gennaio 2010

Malophoros

Le epigrafi del Santuario della Malophoros
di Giuseppe Stabile
Selinuunte Demetra Malophoros epigrafi Santuario Malophoros devotiones Malophoros Grande Madre Zeus Meilichios Giove Meilichios Santuario della Malophoros a Selinunte Grande Rhetra


Uno dei santuari più interessanti di Selinunte è sicuramente quello di Demetra Malophoros sito in contrada Gaggera; questo edificio assieme al tempio N e a quello M costituiscono una vera e propria cerniera tra la polis e la necropoli di Manicalunga. La collina occidentale, ove sorge questa monumentale struttura, ebbe destinazione sacra già a partire dalla fondazione della colonia ma, come mi è capitato già di affermare altrove, il sito in questione dovette rivestire un ruolo cruciale ancor prima dell'arrivo dei Greci. La zona infatti si trova allo sbocco del fiume Modione, che sappiamo esser navigabile, almeno in parte, in epoca greca, dove i selinuntini disposero uno dei due porti; inoltre posso affermare che i templi situati sulla collina occidentale ricevettero un utilizzo ancora in epoca punica (post 409 a.C.) e la loro attività si arrestò solo dopo la distruzione operata dai Romani nel 250 a.C. Altro dato che conferma la peculiarità della zona è l'architettura adoperata per la costruzione di questi santuari; infatti, a differenza degli edifici costruiti sull'acropoli e sulla collina orientale realizzati con strutture periptere e cella ripartita al centro dello spazio colonnato, questi sono realizzati “a casa”. Questa indagine preliminare mi suggerisce una visione articolata del sito, ossia propongo uno sfruttamento in senso sacro da parte della compagine indigena ancor prima dell'arrivo delle genti elleniche (anche se non ho documenti archeologici che possano confermare quanto appena scritto); sappiamo poi che già all'inizio del VII sec. a.C. si attestano contatti tra Greci e indigeni; questi rapporti sono dapprima di carattere commerciale e in tal senso la collina occidentale dovette ricevere un ruolo fondamentale. Infatti, essendo sita allo sbocco del Modione, non si esclude che quest'area avesse una funzione di carattere emporistico, diventando così il punto di irradiamento della cultura greca in quel luogo che sarebbe diventato poi Selinunte.
A sostegno di quanto affermato sinora è il culto di Demetra Malophoros. Questa pratica religiosa sembra essere l'ellenizzazione del culto della “Grande Madre” o “Grande Rhetra” che trovò larga espressione in tutto il Mediterraneo e che era legato alla fecondità del terreno e alla ciclicità dei raccolti.
Dopo aver tracciato il back-ground culturale che sta alla base della nascita e dello sviluppo del Santuario di Demetra Malophoros, passo ora in rassegna alcuni esempi del repertorio epigrafico del tempio, venuto alla luce nelle diverse campagne-scavo che si sono susseguite sin dalla fine dell'Ottocento.
Le prime due epigrafi che prendo in considerazione sono state scoperte rispettivamente nel 1874 e nel 1889. La prima è stata rinvenuta presso il propylon del santuario; si tratta di una base in tufo a forma di capitello e dotata di kyma. La parte superiore del blocco ospita un incavo per la disposizione di un'anthema. L'iscrizione, posta su uno strato di stucco, è molto danneggiata nella parte sinistra. La traduzione è la seguente: “ Alexeas figlio di Teonono tributò ad Ekate giuste offerte”. L'altra iscrizione, incisa su una base, fu scoperta nel 1889 e permise d'identificare la divinità principale cui era dedicato il santuario. L'incisione proviene dall'angolo sud del recinto di Ekate; la base parallelepipeda di tufo composta da più pezzi reca, sulla parte superiore, un incasso per un'anthema. La parte inferiore della base è inesistente. Sul blocco si legge “Teullo figlio di Purria dedicò alla Malophoros e recò un voto”. L'iscrizione in questione fu edita dapprima da Salinas, poi da Collitz-Bechtel.
Oltre ai due succitati documenti una grande messe di epigrafi proviene dall'adiacente recinto di Zeus Meilichios. Tra le altre menziono una stele alta 59 cm dotata nella parte superiore di iscrizione di cinque righe poste in maniera bustrofedica: “Sono l'offerta preminente di Eumenide figlio di Pediarco, in onore di Zeus Meilichios”. La traduzione è la seguente: “Archylis, Zilia, Sosistrato e chiunque altro sia per dire o per far cosa a loro vantaggio (sia maledetto). Poiché mossi giusta (causa) contro Selinò”.
Altra categoria di iscrizioni presenti nel Santuario della Malophoros sono le devotiones, ossia dediche agli dei. Si annovera in questo gruppo una lastra di piombo rettangolare incisa per sei righi con un'iscrizione e contiene una serie di nomi di persona seguiti da un'imprecazione. A partire dall'ultima parola del primo rigo i nomi sono scritti ciascuno da destra a sinistra. L'epigrafe si apre con una maledizione: “corvi divorate anche lui...”. Non sappiamo chi fosse il defisso (ossia il maledetto) principale; seguono poi i nomi e i patronimici. Si annovera ancora in questo gruppo una placchetta plumbea lunga 10 cm e larga 5 cm. Sulla superficie sono iscritti i nomi di otto persone. Interessante è notare come la parte bassa della placchetta sia stata più volte colpita con lo stesso oggetto con cui era stata scritta l'epigrafe; ciò dimostra che chi tracciò le lettere ebbe anche l'intenzione di colpire, con questo gesto, le persone indicate dal dedicante. Cito infine nel gruppo delle epigrafi rientranti nella categoria delle devotiones un'altra laminetta alta 112 mm di forma rettangolare e dotata di foro sull'orlo sinistro. L'iscrizione reca quindici nomi di persone che si erano consacrate alle divinità infere.


martedì 15 dicembre 2009

Parco dei Mostri di Bomarzo

Il parco dei Mostri di Bomarzo fu ideato dall'architetto Pirro Ligorio (completò San Pietro dopo la morte di Michelangelo e realizzò Villa d'Este a Tivoli) su commisione del Principe Pier Francesco Orsini detto Vicino "sol per sfogare il core" rotto per la morte della moglie Giulia Farnese.

Vicino Orsini

Il parco nacque nel 1552 come "Villa delle meraviglie" per essere un'opera unica al mondo.

Poi un lungo oblio fino al 1954 quando il Parco dei Mostri venne acquistato dal Sig. Giovanni Bettini che, con amorevole cura lo ha gestito.

La visita al parco si snoda su una serie di tappe tra la mitologia ed il fantasy.

Noi ne abbiamo individuate 24 anche se nel parco ne sono presenti molte di pi&ugrave.

Si ringrazia Il Sig. Giovanni Bettini autore della "Guida al Parco dei Mostri" da noi utilizzata per prima visitare e poi scrivere questo piccolo sito.

Ed ora iniziamo la visita alla fantastica ed onirica ....

La città di Innsbruck.

Capoluogo del Tirolo in Austria Innsbruck è una città alpina di circa 130.000 abitanti posta sulla confluenza del fiume Inn con il Sill. Il suo nome deriva appunto dal ponte sull'Inn, il fiume che l'attraversa. Una visita a questa deliziosa città austriaca vi lascerà la voglia di ritornarvi,presto o tardi.
La città è anche la capitale storica del Tirolo e di una altrettanto storica e importante sede vescovile. Innsbruck ha un paesaggio circostante di assoluto rilievo e conserva diversi monumenti ricchi di interesse.

La città storicamente fu colonia romana e poi sede degli Asburgo del Tirolo nel 14° e 15° secolo. Tra i monumenti vi sono la chiesa barocca di San Giacomo, il palazzetto del Goldenes Dachl del Cinquecento, la Hofkirche e il bellissimo palazzo imperiale.

Mentre Innsbruck gode di una fama mondiale come città congressuale, sportiva e culturale, i suoi abitanti godono di una qualità abitativa e di vita fra le più elevate d'Europa. E ciò per una buona ragione; qui si incontrano in un unico luogo un paesaggio naturale e culturale estremamente variegato, un mix che dona l'opportunità di vivere sotto tanti punti di vista dei momenti davvero emozionanti.

Che si tratti della Coppa del mondo di salto con gli sci, della "Estate della danza", del Festival autunnale o della grande Festa di Capodanno "Bergsilvester", Innsbruck è una città di cui innamorarsi, ed offre quel qualcosa in più per gran parte dell'anno.

E, last but not least, essa offre un sistema di trasporto pubblico molto efficiente, sufficienti parcheggi coperti, un'ampia rete di piste ciclabili ed una vastissima selezione di locali e di negozi.


Fonti storiche originate da varie scoperte archeologiche hanno evidenziato che l’insediamento nell’area di Innsbruck esisteva già durante l’Età della Pietra.

Intorno all’anno 15 a.c. l’impero Romano si estese lungo la regione centrale alpina e quella ai piedi delle Alpi nella provincia della Raetia.

La fortificazione militare di Veldidena (attualmente nell’area di Wilten) fu infatti costruita dai Romani intorno al 15 a.C., all’altezza della confluenza tra la strada dal Brennero e la valle dell’Inn.

L’aerea intorno a Innsbruck divenne importante in termini di strategia logistica-militare e come maggiore collegamento tra il nord e il sud europeo attraverso le Alpi.

Più tardi Innsbruck fu sotto il governo dei duchi di Andechs i quali portarono una notevole autonomia e potere politico alla regione.

Nel 1239 Innsbruck divenne una vera e propria cittadina, un decennio prima che il Conte Alberto III iniziasse a prenderne il controllo (unitamente a tutta la vallata del Tirolo) e due secoli prima che la città fosse proclamata capitale della regione del Tirolo, nel 1429.

I secoli XV e XVI sono conosciuti in Innsbruck come gli ‘anni d’oro’ essendoci stato un notevole sviluppo finanziario e culturale, da ricondursi in parte alla capacità organizzativa dell’Imperatore Maximilian I, lo stesso che fece erigere il cosiddetto ‘Tetto d’Oro-il Golden Dachl’, una bellissima facciata di un palazzo d'epoca superbamente decorata, oggi simbolo della cittadina.

Durante i secoli successivi e sino al XVIII secolo, l’architettura della città venne fortemente influenzata dagli stili delle famiglie Türing e Gumpp, mentre l’imperatrice Maria Teresa fece costruire gli splendidi palazzi di Hofburg e il Triumphpforte.

Durante le guerre napoleoniche il Tirolo venne ceduto alla Baviera. Solo dopo la battaglia di ‘Berg Isel’ la città fu liberata per un breve periodo da tale dominio, grazie alla guida militare e poi amministrativa di Andreas Hofer, l’eroe tirolese.

Nel 1809 Innsbruck fu ri-dominata dalla governo della Baviera sino al 1814 anno in cui fu restituita all’Austria attraverso il Congresso di Vienna.

Durante la fine del XIX secolo la città subì le ripercussioni della rivoluzione industriale, si svilupparono i trasporti, e l’apertura e la ri-modernizzazione del passo del Brennero nel 1884 portarono un ulteriore sviluppo in termini di comunicazioni in Europa.

Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, Innsbruck segue le sorti storiche dell’Austria, che nel 1938 fu annessa alla Germania Nazista, venendo pesantemente bombardata tra il 1943 e il 1945.

Il periodo del dopo-guerra vide Innsbruck vivere eventi fondamentali per la sua ripresa economica, turistica ed urbanistica, in particolare un evento da citare in tal senso sono le famose Olimpiadi Invernali del 1964.

mercoledì 25 febbraio 2009

La Cattedrale

Il luogo in cui sorge la Cattedrale, ospitava fin dal IV sec. una basilica paleocristiana, successivamente trasformata dagli arabi in moschea e in seguito riconsacrata dai normanni. La Cattedrale venne iniziata nel 1184 sulle rovine di questi edifici, dei quali vennero riutilizzati molti frammenti architettonici in parte ancora riconoscibili. Oltre a stabilire una continuità con gli edifici precedenti, la scelta dei luoghi, nelle vicinanze di palazzo dei Normanni, riaffermava il ruolo del potere religioso in rapporto al potere civile. Tra i due edifici, la grande arteria del Cassero ( oggi corso Vittorio Emanuele) unisce tuttora la piazza del Castello con quella della Cattedrale e collega entrambe al resto della città. La Cattedrale si rifaceva agli stessi modelli che intendeva superare, cioè il Duomo di Monreale e quello di Cefalù, di cui riprese gli schemi planimetrici, la definizione volumetrica delle pareti esterne, e la decorazione realizzata a tarsie laviche. Nel XIV sec. la Cattedrale normanna venne arricchita da numerosi elementi gotici con la costruzione del portale sulla stretta via Bonello. Il portico che ancora oggi costituisce l'entrata principale, la vasta spianata rettangolare sistemata nel 1452 e una serie di altre trasformazioni urbanistiche dell'area immediatamente circostante fecero del prospetto meridionale il più importante della chiesa cambiando radicalmente la sua collocazione spaziale. Ma le modifiche più importanti che alterarono l'unità volumetrica della struttura normanna definita dal grande rettangolo allungato, vennero compiute tra il 1781 e il 1801, su progetto di F. Fuga che trasformò la pianta basilicale in una croce latina, aggiunse la navate laterale e le ali del transetto e, infine inserì l'elemento verticale della cupola interrompendo definitivamente l'andamento orizzontale. Il gruppo di campanili che sormontano il massiccio edificio medievale collegato dagli archi ogivali che attraversano via Bonello, sono una bizzarra costruzione "in stile" (1840-1844) di E. Palazzotto.

domenica 1 febbraio 2009

Reportage Sicilia

Caltabellotta è uno dei centri più caratteristici di tutta la provincia di Agrigento, situato alle pendici di una rupe di forma particolare. Si pensa sia l'antica TRIOKALIA, nome che significa tre cose belle: la fertilità del suolo, l'abbondanza delle acque, l'imprendibilità del sito per la tipica orografia di naturale difesa, con colline e montagne suggestive, ripide e inaccessibili. Importante sotto i Romani e poi dominata dagli Arabi che la chiamarono "Qal'at al Balluth", cioè rocca delle querce. Sono interessanti gli edifici della Chiesa Madre normanna, risalente al Mille, e del Castello arabo-normanno.

domenica 16 novembre 2008

Il Bottaio

Ultimo di antichi mestieri scomparso è il " bottaio", colui che costruisce ripara le botti; recipiente cilindrico, rigonfio nel mezzo a fondi piani, generalmente di legno, destinato a contenere liquidi (vino,olio,acqua), ma anche pesce salato, farina,resine e materiale sciolto. Il mantello, se di legno è composto da doghe tenute insieme da cerchi di ferro (cerchioni). Le botti per il vino (generalmente di legno di quercia, castagno o larile), recano a metà del mantello, un foro (cocchiume) per il riempimento e sul fondo, ma diametralmente opposto, un altro per lo svuotamento. La botte di legno fu un'invenzione dei Celti, che disponevano di grandi foreste ed erano provetti maestri d'ascia. La botte nasce quindi come recipiente da trasporto, di piccole dimensioni. Successivamente si costruirono botti sempre più grandi, anche grazie all'adozione della cerchiatura in ferro, destinate a rimanere fisse nelle cantine come recipienti per la vinificazione (tino tronco-conico) e alla conservazione. Generalmente si usa legno di quercia genericamente si parla di rovere, ma in effetti si usano anche altre querce come la farmia e la quercia bianca americana, che da al vino un'impronta aromatica più marcata. Vi è una distinzione tra rovere francese e rovere americano, in Italia e in Francia si usa il primo che è assai più costoso, in Spagna e in America entrambi, ma esistono ottimi legni in Austria, in Russia, in Ungheria, in Portogallo. Dopo il taglio degli alberi, si preparano le tavole e si mettono a stagionare all'aperto per circa tre anni, il legno poco stagionato dà ai vini un'impronta amara e astringente. Le tavole destinate alla produzione delle doghe da barrique (classica botte da 225 litri) sono ottenute con la tecnica dello "spacco" lavoro altamente specializzato per la quale esiste un solo nome francese, merraindier (da merrain, legname). La costruzione delle botti invece è affidata al bottaio, in francese tonnellier, ottimi produttori sono la Francia, l'Italia la Spagna, ma anche l'America e l'Australia. La fase essenziale della costruzione di una botte è la curvatura delle doghe. Per costruire le barriques le doghe vengono allineate a formare un tronco di cono, poi si accende il fuoco all'interno utilizzando gli scarti del rovere stesso e si piegano le doghe sfruttando l'azione del calore. All'interno della botte il legno viene "bruciacchiato" da questo processo, il termine tecnico è la tostatura. L'adozione di tostatura più o meno forti è una scelta del bottaio, e influirà sulle caratteristiche del vino.

venerdì 14 novembre 2008

Lo scarpeduzzo

In una delle tante visite effettuate nella bottega del Maestro Giuseppe Ducato,( uno degli ultimi decoratori di carretti siciliani ) un giorno mi disse che mi avrebbe fatto fotografare una cosa che non era mai stata ripresa da nessuno, tranne che dal regista Giuseppe Tornatore che lo aveva ripreso con la cinepresa per realizzare un documentario sui mestieri scomparsi e sulle tradizioni di Bagheria, città famosa per le sue settecentesche ville in provincia di Palermo.
La costruzione dello Scarpedduzzo ( pennello piatto di vario spessore ) è una di quelle cose che la tradizione ancora oggi conserva integra nei ricordi di un "antico artista" decoratore, quale è il Maestro Ducato. Rimasto uno dei pochi che ancora oggi esercitano la professione di pittore di carretti siciliani tramandata da padre a figlio, esso, per realizzare delle linee di colore di notevole lunghezza, si serve di questo attrezzo realizzato manualmente, con una precisione certosina, che gli permette anche di decidere lo spessore e la quantità di colore da utilizzare. Come si può vedere nelle foto, il Maestro realizza lo scarpedduzzo ricavando il bastoncino da vecchi pennelli, ai quali va a legare dei peli naturali, dopo di che li intinge in una colla indurente modellandoli con le mani fino ad ottenere la forma desiderata. Incuriosito, gli ho chiesto se oggi, con le nuove tecniche e con i pennelli ultra moderni che ci sono non sarebbe più semplice fare tutto questo; esso mi ha risposto che era tutta un'altra cosa, anzi il figlio Michele che segue le orme del padre collaborando con lui ha aggiunto: se lei dovesse restaurare, per esempio una " Topolino", metterebbe delle ruote moderne ? Il suo paragone non fa una piega e il loro minuzioso operato non ha rivali. Si ringraziano i signori Ducato per la pazienza che mostrano durante le mie incursioni nella loro bottega sempre alla ricerca di qualcosa di originale da fotografare, per tenere sempre viva la tradizione di questa nostra terra di Sicilia.

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